Cari lettori e aspiranti ribelli della conoscenza, c’è qualcosa di profondamente rassicurante nelle storie che ci accompagnano da generazioni. Pinocchio è una di quelle. È familiare, moraleggiante, apparentemente semplice. È anche una favola che continuiamo a proporre ai bambini quasi come fosse neutrale, universale, senza tempo.

Ma forse non lo è.

E forse, soprattutto, continuiamo a raccontarla in modo sorprendentemente superficiale, senza interrogarci su quali valori trasmetta davvero e su quanto questi valori riflettano una visione del bambino e dell’educazione ormai datata.

Una favola nata per insegnare l’obbedienza

Carlo Collodi scrive Le avventure di Pinocchio nella seconda metà dell’Ottocento, in un’Italia appena unificata, dove la scuola aveva una funzione molto chiara: costruire cittadini disciplinati, alfabetizzati e, soprattutto, obbedienti.

Nel racconto, la struttura morale è evidente:

  • Il bambino che disobbedisce viene punito.
  • Il divertimento è sospetto.
  • Il gioco è pericoloso se non è controllato.
  • La libertà è associata all’errore.
  • La scuola rappresenta la strada “giusta”.

Non è necessariamente una visione malvagia. È semplicemente una visione figlia del suo tempo. Il problema nasce quando questa visione viene ancora oggi proposta come se fosse neutrale e indiscutibile.

Il Paese dei Balocchi: davvero solo un ammonimento?

Uno degli episodi più famosi è quello del Paese dei Balocchi, dove i bambini che rifiutano la scuola finiscono per trasformarsi in asini.

La metafora è potente, ma anche culturalmente carica di stereotipi.

Oggi sappiamo che l’asino è un animale molto intelligente, prudente e con un forte senso di autoconservazione. L’idea dell’asino come simbolo di stupidità è una costruzione culturale, non scientifica.

Ma la questione più interessante è un’altra.

Nel racconto, i bambini vengono puniti non perché smettono di imparare, ma perché smettono di frequentare un preciso modello di scuola. È una differenza sottile, ma fondamentale.

Una lettura contemporanea potrebbe portarci a chiederci: il problema è davvero il gioco o è l’assenza di strumenti critici e di crescita consapevole? Il rifiuto di un sistema educativo equivale sempre al rifiuto dell’apprendimento?

Il mito della scuola come unico luogo di formazione

Pinocchio propone una visione in cui la scuola è il passaggio obbligato verso l’umanità stessa. Solo attraverso l’obbedienza e l’adeguamento alle regole il protagonista può diventare un “vero bambino”.

Questa narrazione si inserisce in una tradizione storica in cui l’istituzione scolastica ha avuto anche una funzione di normalizzazione sociale. Non soltanto trasmissione di conoscenze, ma costruzione di comportamenti standardizzati.

Molti pedagogisti contemporanei, anche interni al sistema scolastico, riconoscono come la scuola moderna fatichi ancora a bilanciare:

  • educazione e controllo,
  • apprendimento e conformismo,
  • sviluppo individuale e gestione di grandi gruppi.

Questa non è una critica radicale alla scuola in sé, ma un invito a riconoscerne limiti strutturali che esistono da secoli.

Il Campo dei Miracoli e le scorciatoie educative

L’episodio del denaro che dovrebbe crescere sepolto nel terreno è spesso letto come una critica all’illusione del guadagno facile. Un messaggio che resta incredibilmente attuale, soprattutto in un mondo pieno di promesse miracolose e scorciatoie finanziarie.

Ma esiste anche un’altra lettura possibile, meno scontata.

Nel racconto, l’errore di Pinocchio non è tanto il desiderio di moltiplicare il denaro, quanto il credere che questo possa avvenire senza conoscenza, senza competenze e senza responsabilità. Perché, nella realtà, chi impara davvero a comprendere come funziona il denaro può trasformare anche risorse minime in opportunità concrete.

Cinque monete d’oro, nelle mani giuste, possono diventare capitale per avviare un progetto imprenditoriale, finanziare una startup, investire in strumenti finanziari con consapevolezza, o sviluppare competenze che generano valore nel tempo. Non si tratta di magia, ma di educazione economica, spirito creativo e capacità di assumersi rischi calcolati.

Eppure, spesso l’educazione tradizionale tende a trasmettere un messaggio implicito: esiste una sola strada legittima per produrre reddito, quella del lavoro lineare, prevedibile, scandito da percorsi standardizzati. Un modello che ha avuto senso storico e sociale, ma che oggi rischia di diventare limitante se presentato come unica possibilità.

Quando ai giovani non viene insegnato a comprendere il funzionamento del denaro, dell’impresa, dell’innovazione e della gestione del rischio, si rischia di formare persone preparate a eseguire, ma non necessariamente a creare. Persone capaci di lavorare, ma non sempre di immaginare alternative.

Il Campo dei Miracoli, allora, può essere letto anche come un monito più complesso: non esistono guadagni senza conoscenza, ma nemmeno crescita senza visione, curiosità e libertà di esplorare strade nuove.

Quando la favola esce dal libro e arriva a teatro

Oggi abbiamo assistito a una rappresentazione teatrale moderna di Pinocchio. In una scena ambientata nel Paese dei Balocchi, compariva un personaggio eccentrico che, in versione contemporanea, si trasformava in una sorta di DJ incaricato di far scatenare il pubblico.

Il personaggio era volutamente ambiguo. La regia lasciava intuire che non fosse una figura propriamente positiva.

È accaduto però qualcosa di interessante.

Alla musica, la maggior parte dei ragazzi presenti — provenienti da scuole tradizionali — è balzata immediatamente in piedi per ballare e seguire il personaggio.

Il gruppo dei nostri ragazzi, invece, è rimasto seduto. Attento. Osservatore. Sospettoso verso la situazione.

Un comportamento che ci ha fatto sorridere, se pensiamo che i bambini educati fuori dal sistema scolastico vengono spesso etichettati superficialmente come “selvaggi” o poco socializzati.

In quella situazione, i presunti selvaggi sono rimasti composti, mentre molti altri bambini hanno mostrato un bisogno evidente di movimento e sfogo fisico.

Un bisogno perfettamente comprensibile, se consideriamo che molti di loro trascorrono quotidianamente un numero elevato di ore seduti.

Movimento, disciplina e bisogni reali dei bambini

Le neuroscienze e la pedagogia contemporanea sottolineano sempre più quanto il movimento sia parte integrante dell’apprendimento. Il corpo non è un ostacolo alla concentrazione, ma uno dei suoi strumenti.

Quando i bambini cercano occasioni per muoversi, raramente stanno manifestando disinteresse per l’apprendimento. Spesso stanno semplicemente rispondendo a un bisogno fisiologico e cognitivo.

Perché continuare a leggere Pinocchio (ma in modo diverso)

Pinocchio resta un’opera straordinaria, ricca di simboli e di spunti educativi. Il problema non è la favola in sé, ma il modo in cui viene proposta: come racconto morale univoco, invece che come testo da discutere criticamente.

Raccontare Pinocchio oggi potrebbe significare:

  • interrogarsi su cosa sia davvero l’educazione,
  • distinguere tra apprendimento e obbedienza,
  • riflettere su quanto il gioco sia parte dello sviluppo umano,
  • riconoscere che esistono molte strade per diventare adulti responsabili.

Forse la domanda più attuale

Pinocchio diventa un bambino vero quando smette di disobbedire. Ma questo coincide davvero con la maturità? O coincide con l’adattamento alle aspettative sociali?

Non esiste una risposta semplice. Ed è proprio per questo che continuare a raccontare questa storia può avere ancora valore.

A patto di avere il coraggio di farci domande, insieme ai nostri figli.

Un finale che fa sorridere… e forse pensare

Nel tempo, attorno a Pinocchio, si sono stratificate frasi e battute che spesso vengono liquidate come semplici elementi comici o folkloristici. Eppure, rilette oggi, suonano quasi come piccole provocazioni educative.

“Per andare a scuola c’è sempre tempo.”

Una frase che, se presa alla lettera, sembra quasi scandalosa nella nostra cultura contemporanea, dove la scansione scolastica è spesso percepita come rigida e inderogabile.

Eppure contiene una domanda implicita: l’apprendimento coincide sempre e solo con l’istituzione scolastica, oppure è un processo continuo che può assumere forme diverse lungo tutta la vita?

Poi c’è l’ironia amara del Gatto e la Volpe:

“Con la passione sciocca di studiare ho perso la vista e la volpe è diventata zoppa.”

Una battuta volutamente paradossale, certo, ma che ricorda come ogni sistema educativo, quando diventa cieca ripetizione o sacrificio non consapevole, rischi di produrre più danni che crescita reale. Studiare non è automaticamente sinonimo di capire, così come frequentare un’aula non garantisce lo sviluppo del pensiero critico.

E infine, forse la frase più provocatoria, pronunciata con entusiasmo ribelle:

“Lucignolo, no, non ci vado più a scuola. Vado nel Paese dei Balocchi. Così dovrebbero essere tutti i paesi civili.”

Detta così, suona come l’apologia dell’irresponsabilità. Ma letta con uno sguardo meno superficiale, può trasformarsi in una domanda scomoda: una società davvero civile è quella che elimina il gioco, il movimento, la curiosità spontanea e il piacere di esplorare?

O forse è quella che riesce a integrarli nell’educazione, senza considerarli nemici della crescita?

Forse il punto non è scegliere tra scuola e libertà, tra disciplina e creatività, tra dovere e gioco. Forse il punto è smettere di pensare che una sola strada possa andare bene per tutti i bambini.

Pinocchio continua a parlarci proprio per questo: non perché offra risposte definitive, ma perché, se abbiamo il coraggio di rileggerlo con occhi contemporanei, continua a porre domande estremamente attuali.

E forse l’educazione migliore, ieri come oggi, non nasce dalle risposte preconfezionate, ma dalla libertà di cercarle.

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